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Whitney Huston

Non so perchè, ma la notizia della sua morte non mi ha colpito poi così tanto. La notorietà planetaria l’aveva conquistata quando forse io non ero ancora nato. Storia arcinota, le aveva tutte: una voce potente, calda, bellissima e con una grande consapevolezza della sua fortissima presenza scenica. Ad un certo punto nella sua vita arrivano le droghe e l’acool e, imponente come al solito, il più tragico dei clichè fa la sua comparsa: la morte.

Ora, è vero che negli ultimi anni non ho memoria di suoi grandi successi e che forse le sue esibizioni più recenti erano imbarazzanti, ma quello che trovo desolante è lo scarso interesse suscitato dalla sua dipartita. Al contrario reazioni spropositate per la notizia della morte di Amy Winehouse. Gli elementi comuni di queste due storie così diverse e distanti sono molti ed è per questo che resto piuttosto accigliato. La prima aveva al suo attivo qualche decennio di carriera, oltre 50.000.000 di dischi venduti (al 4° posto nella classifica dei dischi più venduti di sempre a livello mondiale), un oscar, diversi grammy e sono sicuro anche tanti altri riconoscimenti. La seconda, invece, aveva sicuramente qualche milione di dischi venduti alle spalle e svariati grammy vinti, ma di certo non era ugualmente popolare e famosa.

Ora qui avviene l’impensabile, o meglio l’inspiegabile: alla notizia della morte di Amy Winehouse i media in un pomeriggio trasformano la fragile ma ribelle di Camden in una leggenda, riesumando pure la stronzata del club dei 27 (per favore o si dimostra l’esistenza di un legame scientifico tra questo dato anagrafico e la morte o si sotterra per sempre questa cagata da invasato lettore di Rolling Stones). Sorte opposta per la morte di Whitney Houston: viene liquidata con scarso interesse e freddezza (in questo momento non è nemmeno tra i  trend topic su twitter, e questo la dice lunga visto il target preso in esame).

La cultura pop ha un po’ il vizio di essere vorace, è vero, ma in questo caso più che in altri non giustifica questa disparità di trattamento. Appartengono a due periodi musicali diversi, anche questo è vero, ma laddove A.W. è più contemporanea, W.H. è più longeva e prolifica, abbracciando un pubblico molto più vasto ed eterogeneo. Entrambe decadenti e dalla forte indole autodistruttiva per qualche motivo toccano nell’immaginario collettivo due diversi modi di intendere la maledizione del talento.

Ed è qua che forse c’è da cercare il punto più umano di questa (inutile) questione: alla più giovane non è stato dato il tempo per rendere fallimentare ogni tentativo di rivincita su se stessa. Al primo tentativo ha perso, sconfitta, colpo secco, andata. Stava per cedere ma non ci è riuscita, per fortuna, a diventare l’icona del perbenismo mediocre che ti perdona di essere fragile ma di successo solo se nel finale il messaggio è salvifico. Ed ha quindi alimentato il più consolatorio degli stereotipi: brava, maledetta ma senza via di scampo, insomma qualcuno verso cui è impossibile proiettare le proprie miserie.

Whitney Houston, invece, ci ha provato più volte a guarire dalle sue dipendenze. Ci ha provato a diventare un simbolo di rivalsa. Ha fatto credere a tutti che è possibile non cedere al vuoto con cui spesso bisogna fare i conti. Anche lei ha fallito, solo che ormai non era più nemmeno tanto maledetta, era diventata una persona come le altre, che si sforza di essere migliore.